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1 dic 2009

C’è una canzone che, ogni volta che ascolto, mi commuove e rattrista; qualcuno l’ha definita la più bella canzone del panorama musicale italiano e, sorte bizzarra, questa definizione è davvero sorprendente, visto che chi l’ha scritta e interpretata è invece il cantautore più dimenticato dello stesso panorama.

Purtroppo neppure la morte è riuscita, come di solito fa con gli artisti scomparsi, a dare un po’ di meritata fama ad Umberto Bindi, la stessa fama di cui invece non è così parca con tronisti e veline.

Bindi è sempre stato escluso dal circuito artistico italiano a causa del perbenismo di maniera di un’Italietta che fu.  Venne allora ostracizzato su tutti i canali di distribuzione possibili; e, ancora oggi, come se si vergognassero di ciò che fecero allora, televisione e stampa tacciano, illudendosi di far dimenticare questa pagina buia della loro storia.
Pochi hanno memoria di lui;  uno dei pochi artisti che ancora lo ricorda nei suoi concerti e nelle interviste è Gino Paoli, che si adoperò parecchio per fargli avere il vitalizio della legge Bacchelli, e Morgan, il quale può essere un ottimo mezzo per far conoscere Umberto Bindi ai più giovani con l’X-Factor

Il suo capolavoro, la canzone che ancora oggi mi commuove, è  Il nostro concerto, un pezzo molto dolce scritto in occasione della morte dell’Amore della sua vita. Una canzone che riesce ad essere bellissima sia nell’interpretazione originale, sia nella versione più pacchiana di Claudio Baglioni e Orietta Berti.

Umberto Bindi era un cantante dalla voce limpida e potente, che rifuggiva ogni etichetta ma, in compenso, era etichettato dalla maggior parte degli italiani. Ha contaminato molti cantanti/autori, è stato il faro della musica leggera italiana assieme a Luigi Tenco, ma soprattutto è stato l’artista italiano più dimenticato, che non ha ricevuto da nessun uomo politico e della televisione il dovuto omaggio che gli spettava.

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Questo è blog a tratti chiaro, altre volte assolutamente privo di uno scopo; indecifrabile... ma fedele al mio credo sino alla fine. Sono straconvinto che se la gente avesse il buon gusto di rendere incomprensibile almeno il sessanta per cento di quello che dice, si eviterebbero molti malintesi.

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